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Il TAR Lazio, con sentenza n. 4943 depositata in data 1/4/2015, ha deciso il ricorso della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (difesa anche dall'ex presidente del Consiglio Nazionale Forense, avvocato Piero Guido Alpa) contro l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Il ricorso era stato promosso anche per l'annullamento della deliberazione adottata nell'adunanza del 4.9.2014 dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, con la quale la Federazione ricorrente era stata ritenuta responsabile di una intesa restrittiva della concorrenza ai sensi dell'art. 101 TFUE, con conseguente irrogazione della sanzione amministrativa di Euro 831.816,00 e imposizione dell'obbligo di assumere misure atte a porre termine all'illecito riscontrato.

Il T.A.R. ha annullato il provvedimento impugnato limitatamente alla parte in cui determina l’importo della sanzione inflitta alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri e ha rideterminato la sanzione in euro € 415.908. Di eccezionale rilavanza per i professionisti appartenenti a tutte le professioni "regolamentate" in ordini è il fatto che il T.A.R. Lazio abbia respinto il ricorso quanto al resto.

LA SORTE DEL TENTATIVO DEL CONSIGLO NAZIONALE FORENSE DI RESISTERE IN VIA GIUDIZIARIA ALLA SANZIONE DI QUASI UN MILIONE DI EURO IRROGATAGLI DALL'ANTITRUST PER ANALOGA VIOLAZIONE DEL PRINCIPIO DI CONCORRENZA TRA PROFESSIONISTI SEMBRA IN GRAN PARTE SEGNATA !

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"....Può dunque passarsi all’esame del ricorso il quale, come esposto nella narrazione in fatto, ha ad oggetto il provvedimento con il quale l’AGCM ha ritenuto che l'adozione e la diffusione del Codice di deontologia medica 2006 e delle Linee Guida poste in essere dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri abbia integrato un'intesa restrittiva della concorrenza, ai sensi dell'articolo 101 del TFUE.

In particolare il provvedimento ha ritenuto che tali disposizioni, come pure quelle successivamente adottate e contenute nel codice deontologico del 2014, contengano delle previsioni contrarie alla disciplina vigente in materia di pubblicità per le professioni regolamentate e si presentino idonee, attraverso la virtuale minaccia dell’applicazione delle sanzioni disciplinari collegate alla violazione delle norme deontologiche, ad alterare il normale funzionamento del meccanismo concorrenziale tra gli iscritti all’albo.

Con riferimento alla contrarietà di tali previsioni alla normativa vigente in materia di pubblicità per le professioni regolamentate il provvedimento contiene una puntuale e condivisibile ricostruzione delle disposizioni applicabili.

Viene in primo luogo in rilievo l’'art. 2, comma 1, lettera b), del decreto legge n. 223/0625, convertito nella legge 4 agosto 2006, n. 248, c.d. “riforma Bersani”, ha stabilito che “in conformità al principio comunitario di libera concorrenza e a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché al fine di assicurare agli utenti un’effettiva facoltà di scelta nell'esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali: … b) il divieto, anche parziale, di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto e il prezzo delle prestazioni”. Al comma 3, poi, la disposizione ha previsto che, a garanzia dell'effettività della liberalizzazione introdotta, entro il 1° gennaio 2007 gli ordini e i collegi professionali dovessero adeguare la disciplina contenuta nei rispettivi codici deontologici in materia di pubblicità professionale con i principi introdotti dall'art. 2, comma 1, del citato D.L. n. 223/06.

L’art. 3, comma 3, del d.l. n. 138/11 , convertito nella legge n. 148 del 14 settembre 2011, ha poi stabilito che “la pubblicità informativa, con ogni mezzo, avente ad oggetto l'attività professionale, le specializzazioni ed i titoli professionali posseduti, la struttura dello studio ed i compensi delle prestazioni, è libera. Le informazioni devono essere trasparenti, veritiere, corrette e non devono essere equivoche, ingannevoli, denigratorie”.

Successivamente l’art 10 della legge n. 183/11 (legge di stabilità 2012), novellando l'art. 3 del D.L.

n. 138/11, ha disposto che i principi ivi contenuti dovevano orientare il governo nell'opera di delegificazione degli ordinamenti professionali, fissando quale termine ultimo per il completamento della delegificazione il 13 agosto 2012.

Dall'entrata in vigore del regolamento governativo di delegificazione e in ogni caso, anche in assenza di tale regolamento, dal 13 agosto 2012 sarebbe intervenuta, ai sensi dell’art. 3, comma 5 bis, l'abrogazione delle “norme vigenti sugli ordinanti professionali in contrasto con i suddetti principi”.

Infine il D.P.R. 137 del 7 agosto 2012, attuativo della delegificazione disposta dalla legge n. 183/11, all’art. 4 prescrive: “E' ammessa con ogni mezzo la pubblicità informativa avente ad oggetto l'attività delle professioni regolamentate, le specializzazioni, i titoli posseduti attinenti alla professione, la struttura dello studio professionale e i compensi richiesti per le prestazioni.. La pubblicità informativa di cui al comma 1 dev’essere funzionale all'oggetto, veritiera e corretta, non deve violare l'obbligo del segreto professionale e non dev'essere equivoca, ingannevole o denigratoria. La violazione della disposizione di cui al comma 2 costituisce illecito disciplinare, oltre a integrare una violazione delle disposizioni di cui ai decreti legislativi 6 settembre 2005, n. 206, e 2 agosto 2007, n. 145”.

Dalla ricostruzione del quadro normativo, arricchita nella delibera con richiami giurisprudenziali (Cassazione civile 15 gennaio 2007, n. 652, 9 marzo 2012, n. 3717 e 12 luglio 2012, n. 11816), emerge, a giudizio del collegio, che condivide sul punto le conclusioni rassegnate nei paragrafi da 75 a 99 del provvedimento, anche in tema di abrogazione della normativa previgente, la non conformità alla normativa vigente di previsioni che stabiliscano divieti di pubblicità, anche per attività professionali, ulteriori rispetto a quelli normativamente fissati.

I limiti normativamente previsti, a loro volta, sono sostanzialmente funzionali alla tutela del destinatario dell’informazione, cui deve essere rivolto un messaggio conforme a criteri di correttezza, veridicità e non ingannevolezza del messaggio utilizzato, e alla tutela dei concorrenti, limitatamente al divieto di utilizzo di informazioni aventi contenuto denigratorio.

In conclusione, sulla base delle norme primarie applicabili e dei principi comunitari vigenti in materia, sia la pubblicità promozionale che la pubblicità comparativa sono lecite, e non possono essere vietate, laddove prive di profili di ingannevolezza, equivocità e denigratorietà.

Quanto infine alla ritenuta idoneità delle previsioni contenenti divieti di pubblicità, ulteriori rispetto a quelle normativamente ammesse, ad alterare il normale meccanismo concorrenziale, questa è stata correttamente desunta dalla funzione stessa della diffusione dei messaggi pubblicitari e dalla previsione di sanzioni disciplinari per il caso di violazione delle prescrizioni deontologiche.

Passando dal piano dei principi a quello della sussistenza dei presupposti di fatto per l’adozione del provvedimento sanzionatorio, deve in primo luogo osservarsi come non appare controversa la presenza dei divieti di pubblicità promozionale e comparativa nell’articolo 56 del Codice di deontologia medica 2006, la violazione dei quali, come pure di qualunque comportamento comunque disdicevole al “decoro” della professione era punibile dalle Commissioni disciplinari con le sanzioni previste dalla legge.

Il meccanismo era poi rafforzato da un dettagliato procedimento di controllo preventivo descritto al punto 9 delle vecchie linee guida, il quale disponeva che: “I medici chirurghi e gli odontoiatri iscritti agli Albi professionali sono tenuti al rispetto della presente linea-guida comunicando all'Ordine competente per territorio il messaggio pubblicitario che si intende proporre onde consentire la verifica di cui all'art. 56 del Codice stesso. La verifica sulla veridicità e trasparenza dei messaggi pubblicitari potrà essere assicurata tramite una specifica autodichiarazione, rilasciata dagli iscritti, di conformità del messaggio pubblicitario, degli strumenti e dei mezzi utilizzati alle norme del Codice di Deontologia Medica e a quanto previsto nella presente linea-guida sulla pubblicità dell'informazione sanitaria. Gli iscritti potranno altresì avvalersi di una richiesta di valutazione preventiva e precauzionale da presentare ai rispettivi Ordini di appartenenza sulla rispondenza della propria comunicazione pubblicitaria alle norme del Codice di Deontologia Medica. L'Ordine provinciale, ricevuta la suddetta richiesta, provvederà al rilascio di formale e motivato parere di eventuale non rispondenza deontologica. [...]. L'inosservanza di quanto previsto dal Codice secondo gli orientamenti della presente linea guida è punibile con le sanzioni comminate dagli organi disciplinari previsti dalla legge”.

Tali forme di controllo preventive venivano poi ribadite in due circolari interpretative del Codice di deontologia medica 2006 e delle Linee Guida fornite dalla FNOMCEO, a mezzo delle quali venivano disciplinate forme preventive di controllo sui messaggi pubblicitari degli iscritti e ribadito il divieto di pubblicità comparativa.

E’ del pari pacifico che il divieto di pubblicità comparativa permane pure nel codice deontologico approvato nel 2014, che, pur abbandonando il criterio del “decoro” quale parametro di valutazione dei messaggi pubblicitari, continua a utilizzare, al secondo comma dell’art. 54, una serie di parametri, alcuni dei quali molto generici e comunque non previsti dalla vigente normativa, potenzialmente idonei a produrre il medesimo effetto di una applicazione restrittiva della concorrenza, in precedenza riconducibile al richiamo al concetto di "decoro professionale".

Così ricostruiti i fatti e le valutazioni operate nel provvedimento impugnato, può dunque passarsi all’esame delle censure articolate in gravame, che risultano strutturate in tre blocchi, un primo gruppo contenente doglianze di natura procedimentale, il secondo doglianze di natura sostanziale avverso l’attività di qualificazione posta in essere dall’Autorità e la terza contenente critiche alle modalità di calcolo della sanzione.

Con il primo motivo di doglianza parte ricorrente ha sostenuto l’illegittimità del provvedimento per avere l’Autorità attivato il procedimento sanzionatorio dopo il decorso del termine di prescrizione dall’adozione degli atti nei quali, secondo il provvedimento stesso, si sarebbe concretizzata la condotta contestata.

La censura è infondata.

Ed infatti il provvedimento, con argomentazione logica che il collegio condivide, rileva come l’illecito antitrust sia consistito nell’adozione e nel mantenimento in vigore delle disposizioni contenenti i divieti di pubblicità. Tale condotta, per sua stessa natura, deve considerarsi permanente, atteso che la lesività della stessa e la sua idoneità ad alterare il normale esplicarsi della concorrenza nel campo medico ed odontoiatrico produce effetti per tutto il tempo della vigenza delle norme deontologiche.

Non può invece ritenersi la sussistenza di un illecito istantaneo con effetto permanente, atteso che non si è in presenza di effetti anticoncorrenziali che conseguono ad una condotta antigiuridica iniziale poi interrotta, ma di effetti che conseguono alla permanenza del comportamento antigiurico suddetto.

Nel caso in esame, poi, la permanenza della condotta è addirittura confermata dall’adozione del successivo codice deontologico, nel quale, come visto, non sono stati rimossi tutti i profili di illegittimità rilevati.

L’accertata permanenza degli effetti, a prescindere dal richiamo, pure operato dalla difesa erariale, a singoli eventi interruttivi, ha precluso in concreto l’utile decorrenza di un termine di prescrizione, non essendo sostanzialmente mai cessata l’infrazione.

Risulta, invece, in parte fondato il secondo motivo di gravame, con il quale parte ricorrente ha lamentato la tardiva contestazione dell’illecito, avvenuta, in violazione dell’art. 14 del d.lgs. 689/1981, decorso il termine di novanta giorni dall’accertamento della violazione.

Ed infatti, pur richiamato il costante orientamento giurisprudenziale secondo il quale il computo dei termini della fase preistruttoria dei procedimenti dell’Autorità va collegato “non già alla data di commissione della violazione, ma al tempo di accertamento dell’infrazione, da intendersi in una prospettiva teleologicamente orientata e quindi non già alla notizia del fatto sanzionabile nella sua materialità, ma all’acquisizione della piena conoscenza della condotta illecita, implicante il riscontro della esistenza e della consistenza della infrazione e dei suoi effetti” occorre rilevare come nel caso in esame è proprio il provvedimento a rilevare come il procedimento abbia avuto inizio da rilevazioni d'ufficio effettuate sul sito internet della Federazione, wwwfonmcealt, sul quale sono stati pubblicati il “Codice di deontologia medica 2006” e la “Linea guida inerente l'applicazione degli artt. 55, 56 e 57 del codice di deontologia medica”.

In tali dati l’Autorità ha rinvenuto la medesima versione dei testi da essa già valutata in una precedente indagine conoscitiva, conclusa nel 2009.

Il provvedimento dà pure atto del fatto che l’AGCM ha ricevuto, a partire dal 2010, numerose segnalazioni da parte di singoli professionisti, di società che gestiscono studi odontoiatrici e dalla società Groupon S.p.A., che hanno lamentato di essere stati convocati in audizione o di essere stati assoggettati a sanzioni disciplinari da parte di singoli Ordini dei medici e degli odontoiatri in esecuzione delle suddette disposizioni del Codice deontologico e delle Linea guida, né la difesa erariale ha smentito l’avvenuta ricezione da parte dell’Autorità, proprio nel 2010, di un esposto estremamente complesso e completo da parte della società Dental Franchising.

La particolare risalenza delle risultanze istruttorie sulla cui base l’Autorità ha poi agito, va considerata, nel caso in esame, unitamente alla circostanza che la condotta oggetto di contestazione è consistita, proprio e solo, nell’emanazione della norma - e non nell’adozione di eventuali atti applicativi, imputabili ai singoli ordini – nonché il fatto che l’istruttoria non è consistita - né poteva o doveva, in considerazione del tipo di fattispecie, consistere - nella ricerca delle prove di un eventuale accordo.

Tali dati, unitamente al fatto che l’intera attività preistruttoria ed istruttoria si è sostanzialmente dispiegata nella mera analisi giuridica delle disposizioni censurate, depongono inequivocabilmente nel senso che l’AGCM ha utilizzato un termine palesemente incongruo per procedere alla contestazione.

Tale comportamento, oltre che in violazione del citato articolo 14, compatibile con il peculiare procedimento in esame, pur con i limiti di adattamento richiamati dall’art. 31 della legge 287/1990, è sicuramente contrario ai principi positivizzati nella legge n. 241/90 e, più in generale, ad una esigenza di efficienza dell’agire amministrativo e di certezza del professionista sottoposto al procedimento, esigenze clamorosamente frustrate dall’opposta ricostruzione prospettata e secondo cui non si applicherebbe né il termine dell’art. 14, né altro termine, del quale non viene infatti individuata la durata.

La sopra rilevata natura permanente dell’illecito, tuttavia, fa si che l’illegittimità riscontrata non estenda i suoi effetti all’intero procedimento, ma delimiti semplicemente il periodo rispetto al quale la contestazione può dirsi tempestivamente operata, da individuarsi, a questo punto, nell’intervallo di tempo che va dalla comunicazione di avvio del procedimento al giorno di emanazione dell’atto.

Tale parziale accoglimento produce di conseguenza un effetto sul calcolo della sanzione, da parametrarsi ad un periodo di violazione pari ad un anno, ragion per cui le ricadute dell’accoglimento verranno analizzate in sede di valutazione dell’importo della sanzione.

Va invece respinto il terzo motivo di doglianza, con il quale, rilevata la natura penalistica – punitiva della sanzione inflitta, parte ricorrente ha lamentato la violazione dell’art. 6 della Carta Europea dei diritti dell’Uomo, in considerazione della riduzione delle garanzie di imparzialità nell’organo decidente, dovuta alla commistione, nel procedimento svoltosi dinanzi all’Autorità, tra le funzioni istruttorie e quelle giudicanti.

Ed infatti la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, pur accogliendo una nozione molto ampia di illecito penale, afferma comunque che la conformità con l’articolo 6 C.E.D.U. non viene meno qualora, in un procedimento di natura amministrativa, una pena sia inflitta da un’autorità amministrativa, purché la decisione di questa “che non soddisfi le condizioni di cui all’articolo 6 § 1 debba subire un controllo a posteriori da un organo giudiziario avente giurisdizione piena”: invero “la natura di un procedimento amministrativo può differire, sotto diversi aspetti, dalla natura di un procedimento penale nel senso stretto della parola”, e se tali differenze non possono esonerare gli Stati contraenti dal loro obbligo di rispettare tutte le garanzie offerte dall’articolo 6, possono tuttavia influenzare le modalità della loro applicazione.

Ora, nel caso di specie, la ricorrente Federazione ha avuto la possibilità di impugnare la sanzione amministrativa in questione dinanzi al T.A.R., che emetterà una decisione appellabile dinanzi al Consiglio di Stato e “tali organi soddisfano i requisiti di indipendenza e di imparzialità del «giudice» di cui all’articolo 6 della Convenzione” ed esercitano in materia una piena giurisdizione.

In conclusione, insomma, secondo la vincolante interpretazione della Corte di Strasburgo, non si può ipotizzare un contrasto tra l’art. 6 della Convenzione e l’ordinamento nazionale, ove quest’ultimo comunque stabilisca, avverso una determinata sanzione sostanzialmente penale, una tutela giurisdizionale rispettosa dei principi fissati dal ripetuto art. 6: ciò che per l’appunto si verifica per le sanzioni in materia di concorrenza, con consequenziale superamento pure della prospettata questione di costituzionalità.

Esaminate le censure di rito, si può procedere all’esame ed alla decisione del secondo gruppo di doglianze sulle quali, nel rispetto del dovere di sintesi e concisione di cui agli art. 2, II comma, ed 88, II comma, lett. d), c.p.a. si osserva che:

a) la nozione di “impresa”, alla quale occorre fare riferimento per l'applicazione della l. n. 287/90, è quella risultante dal diritto comunitario e si riferisce a tutti i soggetti che svolgono un'attività economica e, quindi, siano “attivi” in uno specifico mercato; per questo sono ormai considerate “imprese”, ai fini specifici della tutela della libera concorrenza, anche gli esercenti le professioni intellettuali che offrono sul mercato, dietro corrispettivo, prestazioni suscettibili di valutazione economica (TAR Lazio, Roma, sez. I, 16 febbraio 2015, n. 2688, 11 giugno 2014, n. 8349, 25 febbraio 11, n. 1757, 17 maggio 2006, n. 3543 e 3 settembre 2004, n. 8368,)

b) gli ordini professionali vanno, di conseguenza, qualificati quali associazioni di imprese degli ordini professionali. (cfr., ex multis, Consiglio di Stato, sez. VI, 22 gennaio 2015, n. 238, Tar Lazio, Roma, sez. I, n. 8349/2014 cit., Consiglio di Stato, sez. VI, 9 marzo 2007, n. 1099, T.A.R. Lazio, Roma, sez. I, 11 marzo 2005, n. 1809), le cui deliberazioni sono letteralmente riconducibili a quelle descritte dall’art. 2, comma 1, del d.lgs. 287/1990;

c) la distinzione tra concorrenza commerciale e concorrenza professionale, trova una netta smentita nella giurisprudenza della Corte di giustizia, che ha recentemente riaffermato, conformemente, peraltro, ad una giurisprudenza consolidata, il principio secondo cui la nozione eurounitaria di impresa include anche l’esercente di una professione intellettuale, con la conseguenza che il relativo Ordine professionale può essere qualificato alla stregua di un’associazione di imprese ai sensi dell’art. 101 TFUE (Corte di giustizia 18 luglio 2013, C-136/12)

d) le restrizioni alla concorrenza poste da codici deontologici non possono essere considerate necessarie al conseguimento dell’obiettivo legittimo collegato a garanzie accordate ai consumatori, a tutela dei quali, come sopra già rilevato, esiste un ampio ventaglio di rimedi privatistici (nello stesso senso Consiglio di Stato n. 238/2015, cit.);

e) un’associazione di imprese ai sensi e per gli effetti di cui al’art. 101, par. 1, TFUE, e dunque un ordine professionale, non esercita, nell’elaborazione di regole deontologiche come quelle di cui si tratta, né una funzione sociale fondata sul principio di solidarietà, né prerogative tipiche dei pubblici poteri (Consiglio di Stato n. 238/2015, cit.);

g) il controllo operato sul medesimo codice deontologico dal ministero vigilante riguarda aspetti diversi da quelli presi in esame dal provvedimento impugnato, in ragione delle diverse competenze del ministero e dell’Autorità.

Da ultimo deve osservarsi come correttamente l’Autorità abbia ritenuto la tardività degli impegni presentati dalla Federazione e come la permanenza di alcuni profili di criticità, attinenti come visto, al divieto di pubblicità promozionale e di pubblicità comparativa, anche nel codice del 2014, renda del tutto irrilevante la censura concernente la non perentorietà del termine.

Neppure può trovare applicazione alla fattispecie l’invocato articolo 21 bis della legge 287/1990, a norma del quale “L'Autorità garante della concorrenza e del mercato, se ritiene che una pubblica amministrazione abbia emanato un atto in violazione delle norme a tutela della concorrenza e del mercato, emette, entro sessanta giorni, un parere motivato, nel quale indica gli specifici profili delle violazioni riscontrate”, atteso che per quanto sopra osservato la ricorrente non può considerarsi, a fini dell’analisi qui ricorrente, una pubblica amministrazione nell’esercizio di potestà regolamentari.

Venendo all’attività di determinazione della sanzione, deve in primo luogo rilevarsi come la valutazione di gravità dell’infrazione riscontrata, diversamente da quanto prospettato in gravame è stata puntualmente correlata dall’Autorità (par. 102 ss) sia alla natura dei comportamenti contestati, idonei a limitare i comportamenti economici di professionisti indipendenti mediante previsioni deontologiche la cui violazione è assistita da meccanismi sanzionatori, sia alla consapevolezza dell’illegittimità della condotta, assolutamente indiscutibile, alla luce dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale in materia, quantomeno con riferimento al periodo al quale, alla luce dell’accoglimento del secondo motivo di doglianza, deve essere ridotto il periodo utilmente valutabile (3 settembre 2013 – 4 settembre 2014).

Dalla rilevata sufficienza della motivazione in punto di gravità deriva pure la congruità della percentuale del 5% del fatturato dell’anno 2013, pari alla metà del massimo irrogabile, individuata quale misura del calcolo al quale rapportare la sanzione e che, per quanto sopra osservato in ordine al periodo valutabile, individua l’importo finale della stessa in € 415.908.00, con conseguente irrilevanza delle ulteriori doglianze attinenti alla durata della infrazione e alla violazione dell’affidamento della parte.

Da ultimo, il collegio rileva che può considerarsi legittimo, ai fini dell’irrogazione della sanzione, il riferimento al totale delle entrate contributive associative quale “fatturato” ex art. 15 l. n. 287/90, atteso che la nozione di cui a tale norma di legge non può che essere intesa in senso lato, in riferimento ai soggetti sanzionati e alla loro conformazione associativa.

Nel caso di specie la contribuzione associativa ben poteva essere presa a parametro, come già evidenziato da questa Sezione, secondo la quale – in relazione a sanzione “anticoncorrenziale” avverso Ordine professionale – tale modalità era legittima “…avuto riguardo agli orientamenti contenuti nella Comunicazione della Commissione Europea 2006/C 210/02 recante orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell'articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento CE n. 1/2003. Inoltre, come già affermato dalla Sezione (sentenze 30 luglio 2014, n. 8349 e 11 marzo 2005 n. 1809), deve ritenersi corretta la determinazione della sanzione da irrogarsi, ai sensi dell'art. 15 della legge n. 287 del 1990, a carico di un ente di tipo associativo assumendo quale base di computo le entrate contributive ad esso proprie, per quanto queste non ineriscano ad un fatturato in senso stretto” (Tar Lazio, Sez. I, 25.2.11, n. 1757).

Da ultimo, in considerazione della palese contrarietà delle disposizioni deontologiche sanzionate ad un quadro normativo delineatosi a partire dal 2006, va respinta la censura di incongruità del termine assegnato per l’adeguamento alla delibera dell’Autorità.

Alla luce delle argomentazioni che precedono e nei limiti evidenziati, il ricorso è fondato solo in parte ed entro tali limiti va accolto, con reiezione delle ulteriori doglianze.

Il provvedimento impugnato va, per l’effetto, annullato nella sola parte in cui procede alla quantificazione della sanzione nei confronti della ricorrente, che come visto deve essere ridotta, in ragione della durata utilmente valutabile, all’importo di € 415.908.00.

Le spese di lite possono essere compensate in ragione della soccombenza reciproca.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto,

1) dichiara la tardività dell’intervento del dottor Emilio Archetti;

2) estromette dal giudizio la Dental Franchising s.r.l.;

3) accoglie il ricorso nei sensi e nei limiti di cui in motivazione e, per l’effetto:

a) annulla il provvedimento impugnato limitatamente alla parte in cui determina l’importo della sanzione inflitta alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri e ridetermina la sanzione in euro € 415.908;
b) lo respinge quanto al resto;
4) dichiara integralmente compensate tra le parti le spese di lite.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 25 marzo 2015 con l'intervento dei magistrati:
Luigi Tosti, Presidente
Giulia Ferrari, Consigliere
Roberta Cicchese, Consigliere, Estensore
L'ESTENSORE  IL PRESIDENTE    
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 01/04/2015
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)"

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