Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Il Consiglio di Stato, con sentenza 1685/2015, depositata il 31 marzo 2015, ha chiarito che il contenuto della vigilanza del Ministero della giustizia sugli ordini professionali non è la mera legalità del loro agire ma anche la opportunità del loro agire in vista della realizzazione del realizzarsi della concorrenza tra professionisti. Scrive tra l'altro il CdS che con la riforma delle professioni "ha assunto valenza preminente la finalità di tutela verso comportamenti anticoncorrenziali da parte degli organi dotati di potere autorizzatorio".

 Mi pare si possa dire che ormai gli ordini professionali sono sorvegliati speciali e la professione di avvocato non potrà essere a lungo una eccezione per il fatto che la l. 247/2012 sia, sotto troppi aspetti, anticoncorrenziale !  

Leggi di seguito, cliccando su "Leggi tutto", i punti 3 e 3.1 della motivazione in diritto della sentenza 1685/2015 del Consiglio di Stato ... 

 

3. - Passando al merito della vicenda, va valutato il primo motivo di diritto, con cui viene dedotta erroneità, contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza impugnata, nonché omessa pronuncia. La censura si riferisce al capo di sentenza in cui il T.A.R. ha ritenuto che l’ingerenza del Ministero della giustizia nell’attività gestionale degli ordini e collegi professionali fosse riconducibile nell’alveo del potere di vigilanza di cui all’art. 2229 cod.civ.. Al contrario, lamenta l’appellante, il controllo in esame non può che essere limitato alla corrispondenza formale degli atti messi in essere alle norme di legge. Per altro verso, si aggiunge, tale potestà sarebbe estranea alla previsione delle norme che hanno autorizzato il regolamento delegificato, facendo quindi venir meno la base normativa per il detto potere.
3.1. - La censura non ha pregio.
La doglianza in esame, che costituisce poi il fondamento teorico su cui è organizzata l’intera impugnativa che, anche nei motivi successivi, si basa sulle conseguenze concrete della ragione qui dedotta, si accentra sull’analisi del concetto di vigilanza, contenuto nell’art. 2229 cod.civ. e usato dal T.A.R. per respingere il ricorso, rimarcando come la detta nozione vada a coprire unicamente uno strumento di controllo della corrispondenza formale degli atti emessi rispetto alle norme di legge, non potendo così giustificare il regolamento de qua, dove invece si assiste ad una connotazione ben più marcata dei poteri degli organi ministeriali
La censura nella sua assolutezza non può essere condivisa, in quanto non rispecchia né il concreto atteggiarsi della nozione di vigilanza e nemmeno una univocità, vuoi giurisprudenziale o anche solo dottrinale, sull’argomento.
Partendo proprio da quest’ultimo profilo, è facile riscontrare, grazie ad una disamina della nozione nel suo affermarsi storico, come anche in periodi antecedenti addirittura all’emanazione del codice civile ora vigente si fosse affermato che la vigilanza, come strumento del controllo in generale, dovesse diversamente atteggiarsi al fine di garantire un continuo collegamento tra l'autorità centrale e gli enti pubblici minori che, investiti di poteri in relazione a particolari settori dell'attività amministrativa, esplicano comunque funzioni che si riconnettono pur sempre a un interesse più generale e non unicamente proprio. Questo continuo collegamento è stato ritenuto quindi finalizzato, con voci e accenti diversi, ad accertare se questi enti agiscono, se agiscono legalmente e se agiscono nel modo più opportuno, coprendo cioè ambiti che giungono anche alla valutazione di scelte di tecnica amministrativa in senso stretto e dove il controllo di legittimità, lungi dall’esaurire le potenzialità, rappresenta la forma minima di vigilanza.
Pertanto, la nozione ristretta utilizzata dalla parte appellante se, da un lato, non coglie l’ampiezza di significati attribuiti alla vigilanza stessa, dall’altro non apprezza neppure il contenuto evolutivo che il detto modo di controllo assume nella fattispecie in esame. Occorre, infatti, evidenziare come qui si vagli uno strumento la cui connotazione è mutata proprio a seguito della riforma delle professioni, ambito in cui ha assunto valenza preminente la finalità di tutela verso comportamenti anticoncorrenziali da parte degli organi dotati di potere autorizzatorio. Tale elemento, già valorizzato da questo Consiglio di Stato, con il parere 10 luglio 2012, n. 3169, appare quindi direttamente collegato alla disciplina primaria, di cui al decreto legge 13 agosto 2011 n.138 (convertito, con modificazioni, in legge 14 settembre 2011 n. 148) recante “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo” che, all’art. 3 “Abrogazione delle indebite restrizioni all'accesso e all'esercizio delle professioni e delle attivita' economiche” rendeva evidente lo scopo del controllo statuale in materia.
Pertanto, correttamente il primo giudice, tenendo conto dei nuovi assetti di tutela di derivazione comunitaria, ha riempito contenutisticamente la risalente previsione dell’art. 2229 cod. civ., che prevede che le associazioni professionali organizzano le professioni, curano la tenuta degli albi ed esercitano il potere disciplinare, sotto la vigilanza dello Stato, salvo che la legge disponga diversamente. In questo senso e per come è stata connotata la detta attività, è del tutto corretto ritenere che la sottoposizione delle suddette associazioni professionali alla vigilanza del Ministero della giustizia si collochi in linea con le finalità di vigilanza dello Stato che qui mira al conseguimento dell’interesse pubblico allo svolgimento corretto delle professioni.
La censura va quindi respinta.

comments

Aggiungi commento

Chi invia commenti si assume la responsabilità del contenuto degli stessi.

Codice di sicurezza
Aggiorna